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Spunti di riflessione

Imparare a riposarsi
da Nicoletta Cinotti | Lug 14, 2019 |
https://nicolettacinotti.net/imparare-a-riposarsi/

Sto per iniziare le vacanze ma riuscirò a riposarmi nel senso di staccare davvero dai pensieri legati al lavoro? So già che, per farlo, devo sicuramente dimenticare telefono e Ipad e darmi solo un accesso al giorno. Sono diventati, almeno per me, i portatori di pensieri rispetto al lavoro. Preferivo la posta, quella che guardavi una volta al giorno e in cui, dalle buste, capivi di che cosa si trattava.
Siamo occupati e questa sensazione non è necessariamente finita con l’inizio delle vacanze. La sensazione di essere occupati è davvero diversa dalla stanchezza. In quel caso basta una bella dormita. Essere occupati è qualcosa che avviene perché non c’è abbastanza vuoto. Tanto più se quello che fai riguarda la tua vita in maniera centrale. Non posso smettere di leggere cose che riguardano il mio lavoro: mi interessano, alcune mi divertono ma non è questo che mi occupa. Il sentirsi occupati è una sensazione interiore che nasce dal non riuscire a lasciar andare.

"Permetti a te stesso di essere come il ciottolo sul fondo del fiume. Quel sassolino non deve fare nulla se non lasciare che l’acqua del fiume scorra."
THICH NHAT HANH

Questa sensazione di essere occupati non è tanto legata a delle richieste esterne: sono le richieste interne che ci occupano. Possono essere richieste spinte dall’ansia, dall’ambizione, dalla motivazione oppure semplicemente dal fatto che abbiamo paura di quello che potrebbe succedere se staccassimo, se smettessimo di controllare quello che sta accadendo nel mondo, sui social, nelle mail. È una specie di senso di colpa se non facciamo nulla di inerente al lavoro o che promuove il nostro lavoro. Essere occupati è una specie di ancoraggio al nostro diritto di esistere, una specie di assicurazione contro il senso di vuoto. Dev’essere per questo che – l’estate – è il momento in cui arrivano più richieste di iniziare una psicoterapia. Richieste che spesso non si realizzano a causa delle vacanze e che, in autunno, non trovano prosecuzione. Perché? Perché poi, d’autunno, siamo occupati ed essere occupati non fa sentire quello che c’è sotto. Salvo riaffiorare alle prime vacanze. E quell’inquietudine ci spinge ad essere occupati. Non è uno scherzo questa sensazione: la vita non può essere priva di significato, oppure sciocca e superficiale e quando affiora questa sensazione la copriamo occupandoci. In quel momento, se rimaniamo un po’ sospesi in quella inquietudine, possono affiorare le nostre ispirazioni…

L’ozio è necessario come  il sonno: ci fornisce lo spazio per guardare le cose in prospettiva. Non è detto che entriamo nell’ozio se la nostra mente è occupata. È quando la mente è libera che entriamo nel riposo e nell’ozio che permette di ricostruire le difese naturali. Non ricordo quale fisico, premio Nobel, raccontasse di aver concluso una importante scoperta mangiando il gelato e guardano dei bambini giocare. La mela che permise di arrivare alla teoria della gravità cadde in testa a Newton mentre se ne stava sdraiato sotto un albero. Le nostre ispirazioni arrivano quando la mente è sgombra: una buona ragione per andare davvero in vacanza. Non dobbiamo dimenticarci che Dio inventò il lavoro come punizione all’uscita del Paradiso. Difficile stare in Paradiso se siamo sempre occupati!
È anche per questa ragione che scrittura e meditazione sono così collegate: stiamo fermi, immobili, osserviamo quello che sta nella nostra mente senza passare all’azione e quell’ozio consapevole dei nostri movimenti interiori, ci permette di andare in profondità. È lì che nasce il riposo.

Combattere nelle nostre vite tanto occupate diventa un’abitudine. L’invito che fa Thich Nhat Hanh è quello di abbandonare questa abitudine per riposarsi e un modo per riposarsi davvero è darsi un tempo in cui smettiamo di combattere, andiamo in un luogo sicuro e, come un animale che è stato ferito, ci riposiamo. Non abbiamo ferite fisiche però un anno di lavoro può averci lasciato un altro tipo di ferite. Proviamo ad andare in vacanza con questa intenzione. Mi riposo per lasciare che le ferite, i graffi, le tensioni di quest’anno guariscano attraverso il riposo, attraverso quel processo naturale di autoregolazione che il riposo promuove. Per farlo lasciamo che mente e corpo siano uniti nell’unico spazio in cui possono esserlo: il nostro presente.
Quando un sasso cade nell’acqua la direzione di caduta è sempre la più breve perché il sasso non lotta contro la forza di gravità. Si lascia cedere, si lascia cadere. Così che le nostre vacanze possano essere un cadere nel riposo, senza lottare.

"Quando un animale è ferito sa che la prima cosa che deve fare è trovare un posto sicuro dove sdraiarsi e riposarsi. Sa che, per guarire, deve sdraiarsi e riposarsi."
Thich Nhat Hanh


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Meditare facendo i lavori domestici....

Il monaco Tulku Thondup ha lavorato per tutta la sua vita nella traduzione e nell'interpretazione di antichi testi di buddismo tibetano ed ha pubblicato una dozzina di libri che parlano dell'insegnamento buddista.
Dopo aver vissuto in Tibet, in India e negli Stati Uniti e dopo aver partecipato attivamente alla vita pubblica e accademica, in questo periodo si è ritirato in un monastero, luogo da dove gestisce il proprio sito web. Oltre a questo, sembra che per l'uomo pulire il monastero sia uno dei compiti spirituali più importanti.

Se fossimo in grado di superare la virtù, il merito e lo scopo di pulire, saremmo capaci di apprezzare il compito come un privilegio, invece che come un peso. Non ci sembrerà più un lavoro sporco, bensì la prenderemo come un'opportunità per praticare la meditazione in una maniera unica.
Potrebbe anche diventare una fonte incredibile di benefici e un modo per far crescere la nostra forza spirituale, mentale ed emotiva. Pulire il luogo dove abitiamo in maniera consapevole, può trasformare la nostra vita, perché ci permette di liberare la mente e di non pensare ai problemi, di rafforzare la nostra concentrazione, di meditare sui movimenti e di crescere spiritualmente.

Questo spazio sacro che ci da così tanto, ha delle necessità che a volte trascuriamo, soprattutto, per via dei mille impegni quotidiani. Così le faccende si accumulano, i vestiti si ammucchiano nell'armadio, i piatti sporchi crescono nel lavello della cucina e non troviamo più nemmeno un piccolo spazio, dove poter appoggiare qualcosa.
A questo punto, la casa cessa di essere un rifugio per diventare un luogo che genera stress ed infelicità, diventa un peso non solo fisico, bensì anche mentale e spirituale. È come se la casa ci stesse crollando addosso, si tratta di quella sensazione che non ci permette di concentrarci su nulla e che ci fa lasciare tutto a metà.

Di seguito i consigli del monaco buddista Tulku Thondup:

1# "Chi non si prende cura degli oggetti, non si prende cura nemmeno delle persone". Non dobbiamo dimenticare che ogni oggetto è stato creato grazie al lavoro di qualcuno e, per questo, dobbiamo prestare attenzione e prendercene cura quando è il momento di pulirlo mostrando rispetto e gratitudine per questo lavoro.

2# " Dovremmo essere grati delle cose che ci sono servite". Dobbiamo riciclare quello di cui non abbiamo più bisogno, per fare in modo che qualcuno a cui serve possa continuare ad utilizzarlo.

3# "Se cominciamo quando c'è silenzio, circondati dalla calma, quando ancora la vegetazione e le persone nei dintorni dormono, il nostro cuore si sentirà in pace e la nostra mente limpida". È per questo motivo che dovremmo cominciare a pulire durante le prime ore della giornata, mentre prima di dormire, dovremmo limitarci solamente a riordinare un po', per agevolare il lavoro del mattino successivo.

4# "Dobbiamo aprire le finestre e lasciare che circoli l'aria per tutta la casa prima di cominciare a pulire". L'aria fresca ci farà avere più voglia di pulire e, inoltre, ci permetterà di "entrare in contatto con la fragilità umana, la natura e la forza della vita".

5# " Non lasciare i piatti sporchi di cibo durante la notte". I piatti si lavano quando finisce il giorno e i rifiuti organici si trasformano in compost per le piante. Tutto in casa funziona come un ecosistema.

6# "Quando stai pulendo, pensa solo a ciò che stai facendo in quel momento". Evita che la tua mente divaghi o che si concentri su altre cose. Mantieni la tua attenzione sul "qui ed ora" del compito che stai svolgendo.

7# "Dividi sempre i lavori domestici con gli altri membri della famiglia o con le persone con cui condividi la casa". Così imparerai a dare il giusto valore al lavoro degli altri e capirai che tutti dipendiamo l'uno dall'altro.

Non è un caso che in molte culture e religioni risalti l'importanza della pulizia, per esempio, un discepolo di Buddha disse che raggiunse l'illuminazione mentre spazzava i pavimenti….

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COME STAI ...?

Ho trovato questo straordinario messaggio sul sito del Maestro Thich Nhat Hanh , un Monaco Buddista Vietnamita , a cui sono molto vicino mentalmente e spiritualmente e vi invito a leggerlo ...fino in fondo se potete ..."Come stai ?"

C’è una domanda molto comune che le persone usano rivolgersi e che, proprio per il suo carattere rituale, di regola viene percepita come una semplice forma di cortesia. Ad essa solitamente si risponde in maniera evasiva, con formule altrettanto di circostanza. La domanda è:
“Come stai?”
E’ una domanda che merita più considerazione. Prova a portela: Come stai? Come stai proprio adesso, in questo preciso momento? Prenditi un istante e prova a osservare con calma il tuo corpo e la tua mente: sei davanti al monitor, gli occhi puntati a leggere con qualche sforzo queste parole sullo schermo luminoso, una mano appoggiata sul mouse, le dita pronte a cliccare… Forse la spalla e il collo sono contratti, la schiena un po’ incurvata, il respiro corto… E probabilmente la prospettiva di leggere un testo che da qui si prospetta lungo (su Internet, poi, dove il tempo è denaro!) suscita in te una sottile tensione, un’oscillazione tra la volontà di proseguire la lettura e la tentazione di rimandarla a un momento di maggior freschezza, saltabeccando via in cerca di qualcosa di meno impegnativo.
Niente di sorprendente: piccoli stress di questo tipo non sono per nulla rari, nel corso di una giornata qualsiasi – non parliamo poi di stress ben maggiori… Raro è invece che qualcosa o qualcuno intervenga con un break a farceli notare mentre li stiamo vivendo. Del resto, perché dovremmo perdere tempo in simili futilità?
Una storiella zen racconta di un uomo su un cavallo: il cavallo galoppa veloce, e pare che l’uomo debba andare in qualche posto importante. Un tale, lungo la strada, gli grida: “Dove stai andando?” e il cavaliere risponde: “Non so! Chiedi al cavallo!”.
C’è qualche somiglianza tra questa storia e la nostra: anche noi stiamo cavalcando un cavallo, non sappiamo dove stiamo andando e non ci possiamo fermare. Il cavallo è la forza dell’abitudine che ci spinge in una certa direzione, senza che noi si possa fare niente: corriamo sempre, e correre diventa il nostro modo di vivere. Spesso siamo così indaffarati che ci dimentichiamo cosa stiamo facendo e persino chi siamo. Persi in mille preoccupazioni, rimpianti, paure, sogni a occhi aperti, ci dimentichiamo di guardare e apprezzare le cose che ci circondano, le persone che amiamo, finché non è troppo tardi.
Quella che sto vivendo, pensano molti di noi, non è la mia vita vera: quella appartiene al passato, a quando ero giovane, oppure è rimandata a quando avrò più denaro, o una posizione migliore, una casa più grande, la laurea, una fidanzata, un figlio… E nel frattempo viviamo come in un’eterna parentesi, immersi in una bolla di sofferenza opaca di cui neppure ci rendiamo conto, convinti che le condizioni attuali non consentano alcuna vera felicità.
Anche quando abbiamo del tempo libero, non sappiamo come entrare in contatto con ciò che sta succedendo dentro e fuori di noi. Così accendiamo il televisore, prendiamo in mano il telefono, sfogliamo una rivista, apriamo Internet, qualsiasi cosa pur di sfuggire a noi stessi. Combattiamo tutto il tempo, anche durante il sonno. Dentro di noi c’è la guerra, ed è facile che questo faccia scoppiare una guerra con gli altri.
Cambiare questo stato di cose è possibile, se lo vogliamo.
La prima cosa che dobbiamo imparare è l’arte di fermarsi: fermare i pensieri, le abitudini, le emozioni forti che ci condizionano. La paura, la disperazione, la rabbia e il desiderio possono essere fermati adottando uno stile di vita più lento, più consapevole. La consapevolezza ci mette in grado di riconoscere la forza dell’abitudine ogni volta che si manifesta.
“Ciao, forza dell’abitudine, so che sei lì!”. Senza aggressività, senza combattere: se solo le sorridiamo, perderà molta della sua carica. La presenza mentale è l’energia che ci permette di riconoscere la forza delle nostre abitudini e impedisce loro di dominarci e di farci soffrire.
In oltre due millenni di storia, le tradizioni del buddhismo hanno messo a punto alcune semplici pratiche che, se inserite nella nostra giornata, possono allenarci a rimanere in contatto con il momento presente, con la vita che si svolge proprio adesso, piena di bellezze e meraviglie: un neonato, un fiore, una nuvola, una stradina sassosa, il sole che sorge nel cielo… Possiamo essere molto felici, se solo siamo consapevoli di ciò che sta davanti a noi : il respiro consapevole, il camminare consapevole, il mangiare consapevole, il sorriso consapevole.

Se vuoi, puoi provare ad adottarne qualcuna, e vedere che cosa succede nella tua vita. Per saperlo, la domanda da porti è sempre la stessa: “Come stai?”

Come stai, adesso?
Grazie Maestro Thich Nhat Hanh !
www.esserepace.org

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